Un importante democratico della House Intelligence Committee, Jim Himes, sta attivamente esercitando pressioni sui colleghi affinché autorizzino nuovamente un potente programma di sorveglianza che consenta all’FBI di condurre ricerche senza mandato sulle comunicazioni degli americani. Questa spinta arriva nonostante le prove crescenti che i meccanismi di controllo interno progettati per prevenire gli abusi siano stati sistematicamente smantellati, lasciando i cittadini esposti a una sorveglianza incontrollata.
Il programma in questione, autorizzato ai sensi della sezione 702 della Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA), è tecnicamente finalizzato a intercettare le comunicazioni straniere. Tuttavia, spazza regolarmente grandi quantità di dati privati appartenenti a cittadini statunitensi, una conseguenza che i legislatori riconoscono da tempo ma in gran parte ignorata. Himes sostiene che le recenti “riforme” – 56 modifiche attuate nel 2024 – hanno garantito un uso responsabile, citando un tasso di conformità dichiarato del 99%.
Tuttavia, questa affermazione poggia su basi sempre più traballanti. Fondamentalmente, l’Ufficio di audit interno – l’unità dell’FBI responsabile del calcolo di tali tassi di conformità – è stato silenziosamente chiuso l’anno scorso dal direttore dell’FBI Kash Patel. Questa unità ha precedentemente rivelato centinaia di migliaia di perquisizioni improprie condotte dall’FBI e, senza di essa, la “conformità” autodichiarata dall’agenzia è essenzialmente priva di significato.
La situazione è ulteriormente complicata dalla sistematica erosione dei controlli e degli equilibri interni da parte dell’attuale amministrazione. Recenti rivelazioni rivelano che l’FBI ha implementato strumenti che consentono perquisizioni senza mandato senza un’adeguata registrazione o controllo, anche dopo che le presunte riforme fossero state implementate. Lo stesso ispettore generale del Dipartimento di Giustizia ha ammesso di non poter affermare con certezza che gli abusi dell’FBI siano una cosa del passato.
Il problema principale non è solo il potenziale abuso, ma la mancanza di controllo indipendente. La Corte di sorveglianza dell’intelligence estera (FISC), un tribunale segreto che supervisiona il programma, non ha un braccio investigativo e si affida interamente al Dipartimento di Giustizia per autodenunciare le violazioni. Considerata la storia di inesattezze e interferenze politiche del Dipartimento di Giustizia, ciò crea un pericoloso divario di responsabilità.
L’argomentazione di Himes secondo cui “non ha visto prove di abusi” suona vuota, dato il modello di abuso documentato dell’amministrazione. L’FBI ha fatto irruzione nelle case dei giornalisti, si è infiltrato in gruppi di attivisti e ha reindirizzato le risorse antiterrorismo verso obiettivi politici nazionali. L’amministrazione ha anche tolto le tutele del servizio civile al personale dell’FBI incaricato della supervisione, rendendo più facile licenziare coloro che si oppongono alla sorveglianza motivata politicamente.
Mentre alcuni legislatori, compresi i membri del Congressional Progressive Caucus, chiedono riforme significative prima della riautorizzazione, Himes sembra disposto a concludere un accordo con i repubblicani per approvare una proroga pulita senza nuove garanzie. Questa mossa garantirebbe effettivamente all’amministrazione un accesso incontrollato alle comunicazioni private degli americani, facendo affidamento sullo stesso sistema difettoso che non è già riuscito a prevenire gli abusi.
Il dibattito sulla Sezione 702 non riguarda l’eliminazione della raccolta di informazioni; anche i critici riconoscono il valore del programma. Si tratta di garantire che i diritti costituzionali fondamentali non vengano sacrificati in nome della sicurezza, soprattutto quando gli stessi meccanismi progettati per proteggere tali diritti sono stati deliberatamente indeboliti.
In definitiva, la volontà di Himes di rinnovare il programma senza una supervisione più forte solleva una domanda fondamentale: La comodità di una sorveglianza incontrollata vale l’erosione delle libertà fondamentali? La risposta, per molti, è un sonoro no.















